Giuseppe Del Re – un patriota convinto

Giuseppe Del Re era l’ultimo esponente, come disse Benedetto Croce, di «una famiglia nella quale si riflette­va la travagliata storia dell’Italia meridionale dalla fine del ‘700 in poi».

La famiglia Del Re proveniva dalla vicina Gioia, dove fu decimata nel 1799: per la par­tecipazione ai moti liberali, il nonno Giusep­pe ed uno zio furono arrestati, uccisi e brucia­ti, insieme a pochi altri, davanti al castello. Il resto della famiglia fu costretto a scappare da quel paese. Francesco Paolo, padre del nostro, nei primi anni dell’800, tornato dall’ esilio in Francia, è giudice a Turi, dove sposa Rosa Camponobile. Nel 1806 nasce Giuseppe, che qui rimarrà poco, perché, qualche anno dopo, sappiamo che il padre è giudice prima a Lec­ce e poi ad Avellino.

La sua formazione culturale avviene a Na­poli, dove, nella tipografia di un omonimo zio scolopio, avvierà la sua attività letteraria e politica, affermandosi soprattutto come «or­ganizzatore della cultura» (Dell’ Aquila 1980), abile nel legare quei fili dal cui tessuto na­scerà la nuova nazione. Nel 1833 esce il pri­mo numero del suo giornale “n topo lettera­to” e nel 1835 la strenna “L’Iride”.

Nel luglio del 1847 è insieme a Luigi Set­tembrini, del quale si preoccupa di pubblicare e diffondere La protesta del popolo delle due Sicilie.  Questo opuscolo, nel quale si parla male del governo borbonico, fu causa della chiusu­ra della tipografia e dell’ arresto del nostro pa­triota, che non fu attuato perché il Del Re riu­scì a fuggire con una nave francese prima in Grecia e poi a Marsiglia.

L’esilio durò poco. All’inizio del 1848 po­trà tornare a Napoli, avendo il re Ferdinando II concessa la grazia ai perseguitati politici. Nella primavera di quell’anno si tennero le elezioni per il Parlamento napoletano e Giu­seppe Del Re risultò primo eletto a Bari e provincia. Ciò dimostra la stima che godeva nei nostri paesi, nonostante vivesse a Napoli da diversi anni.

Le illusioni, però, durarono pochi giorni; la situazione si fece subito tragica e i liberali scapparono nuovamente. Egli dapprima resi­sté: «n paese è triste, ma non scorato. Tutti sperano in noi: abbandoneremo noi questa causa santissima? All’opera dunque con san­gue freddo e prudenza»; ma il 12 aprile 1849 decise di partire: era iniziato il processo e nel 1853 sarà condannato a 19 anni di carcere. Parte sulla nave francese “Alexander”. Va a Marsiglia, Genova e Torino, dove si rifugiano i liberali italiani. Qui brillerà il suo “cuore d’oro” nel continuo aiuto economico agli esu­li bisognosi.

Fatta l’Unità d’Italia, tornò a Napoli a diri­gere la tipografia reale. Nelle elezioni del 1861 per il parlamento italiano fu eletto a Gioia. Qualche anno dopo, nel novembre del 1864, moriva improvvisamente a Torino. Tra i tanti giudizi, mi piace riportare le parole che De Sanctis, il grande critico letterario napole­tano, scrisse sul giornale “L’Italia”: «Ebbe il privilegio di essere amato e stimato da tutti i partiti, per la modestia e la dolcezza dell’in­dole. Ma quella dolcezza non era niente di fiacco, perché di oneste e calde convinzioni seppe lottare e patire per esse».      (Rino Valerio, “sulle tracce, vol. I )

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